Commento al Vangelo della Domenica

Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste

XIII^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – 28.06.2026

Amare senza trattenere

Ci sono parole del Vangelo che non si lasciano addomesticare. Ogni volta che le ascoltiamo tornano a provocarci come la prima volta. Tra queste vi sono certamente quelle che Gesù pronuncia alla fine del capitolo 10 di Matteo: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Parole che sembrano quasi urtare contro il senso più naturale dell’esistenza, perché toccano gli affetti più profondi, quelli che ci hanno generato e quelli che abbiamo generato.

Eppure Gesù non sta facendo una classifica degli affetti. Non invita a voler bene meno ai genitori o ai figli, né pretende di sostituirsi a loro. Il suo obiettivo è più profondo. Egli sa che anche l’amore più bello può trasformarsi in possesso, che perfino gli affetti più sacri possono diventare una prigione quando vengono caricati dell’attesa di darci ciò che soltanto Dio può donare. Quando una persona diventa il centro assoluto della nostra vita, finiamo inevitabilmente per chiederle troppo: sicurezza, felicità, pienezza, salvezza. È un peso che nessun essere umano è in grado di portare.

Per questo Gesù si colloca al centro non contro gli affetti, ma a loro favore. Solo chi riconosce che il senso ultimo della vita non dipende da una persona, da un ruolo o da un legame, può amare veramente senza trattenere, senza dominare, senza soffocare. La fede non impoverisce l’amore umano; lo libera. Lo rende meno ansioso, meno possessivo, più gratuito.

In questa prospettiva si comprende anche il riferimento alla croce. Prendere la propria croce non significa coltivare il gusto della sofferenza, ma accettare che l’amore autentico comporta sempre una rinuncia a sé stessi. Non esiste relazione vera senza il coraggio di uscire dal proprio egoismo. La croce è il contrario dell’autoreferenzialità; è la scelta quotidiana di non mettere il proprio interesse al centro di tutto.

La prima lettura (2Re 4,8-11.14-16) offre una sorprendente immagine di questa libertà interiore. La donna di Sunem accoglie il profeta Eliseo senza alcun tornaconto. Gli prepara una stanza, gli offre ospitalità, gli crea uno spazio nella sua casa. È un gesto apparentemente semplice, ma rivela una grande sapienza spirituale: fare posto a qualcuno significa rinunciare a occupare tutto lo spazio con sé stessi. Ogni autentica accoglienza nasce da una diminuzione dell’io.

Non è un caso che proprio da quella disponibilità nasca una promessa di vita nuova. La donna, segnata da una sterilità che sembrava definitiva, riceve il dono inatteso di un figlio. La Scrittura suggerisce così una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: chi trattiene perde, chi condivide genera; chi chiude le porte si impoverisce, chi apre la propria casa e il proprio cuore scopre una fecondità impensata.

Anche il Vangelo termina parlando di accoglienza. Dopo aver pronunciato parole severe sulla radicalità della sequela, Gesù si sofferma sui gesti più piccoli: ospitare, ricevere, offrire persino un bicchiere d’acqua fresca. È come se volesse ricordarci che le grandi scelte evangeliche si verificano sempre nei dettagli della vita ordinaria. Non sono le dichiarazioni solenni a misurare la fede, ma la capacità concreta di fare spazio.

don Gianni Carozza, sacerdote e biblista