Commento alle Letture
della Messa della Domenica e Feste
Tutti i Santi 1.11.2026
La festa della nostra speranza
Perché la festa di Tutti i Santi ci è così cara? Forse perché, prima di parlarci dei santi, ci parla della promessa di una gioia capace di resistere al tempo, alle prove, alla morte. In fondo, siamo tutti mendicanti di felicità. Anche quando imbocchiamo strade sbagliate, cerchiamo una vita che abbia una pienezza che non si dissolva appena conquistata.
Per questo il Vangelo delle beatitudini (Matteo 5,1-12) continua a sorprenderci. Gesù parla di felicità, ma lo fa contraddicendo le nostre aspettative: chiamando beati i poveri, quelli che piangono, i miti, i perseguitati. Non promette una vita senza ferite; annuncia piuttosto che proprio là dove l’uomo sperimenta la propria insufficienza può aprirsi uno spazio inattesoalla pienezza di Dio. I santi sono la prova che questa parola non è teoria. Sono uomini e donne nei quali il Vangelo è diventato vita, gesto, relazione, capacità di perdonare, di ricominciare, di sperare ancora. Non hanno solo conosciuto il Vangelo: lo hanno incarnato. Per questo la santità non coincide con un perfezionismo spirituale né con una vita riservata a persone eccezionali. Nei santi vediamo che cosa può accadere quando una vita, con tutte le sue fragilità, si lascia raggiungere dall’amore di Dio.
È significativo che la prima lettura (Apocalisse 7,2-4.9-14) non presenti i santi come una piccola élite. Giovanni vede una moltitudine immensa, «di ogni nazione, tribù, popolo e lingua», impossibile da contare. Anche il numero dei 144 mila, attraverso il simbolismo del dodici moltiplicato per dodici e per mille, evoca una pienezza che si apre all’universalità. La santità, dunque, non è il privilegio di pochi: è la vocazione di un popolo sterminato, nel quale trovano posto storie, culture e percorsi diversissimi. Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli della festa. La Chiesa non ricorda solo i santi conosciuti; celebra anche una santità nascosta, fatta di esistenze che non hanno lasciato libri né monumenti, ma amore. Dentro quella moltitudine possiamo pensare a persone incontrate, a un padre o a una madre, a un amico, a qualcuno che ha saputo attraversare una sofferenza senza perdere la fiducia, custodire una famiglia, perdonare, ricominciare. Vite anonime per il mondo, ma non per Dio.
Il prefazio di questa solennità introduce l’immagine della «città santa», la Gerusalemme del cielo. La liturgia ci invita ad alzare lo sguardo e a ricordare che la nostra storia non si esaurisce in ciò che oggi riusciamo a vedere. Noi siamo ancora pellegrini, mentre altri hanno raggiunto la meta. La Chiesa dei santi è la nostra stessa Chiesa nella sua forma compiuta: ciò che noi siamo ancora in cammino per diventare, loro lo vivono nella pienezza. Questo non ci allontana dalla terra, ma ci aiuta a guardarla con più libertà. Quando siamo assorbiti dalle nostre fatiche e dalle contraddizioni della storia, rischiamo di pensare che tutto si giochi qui e ora. La festa di oggi ci ricorda invece che siamo pellegrini e che non abbiamo qui una città definitiva. Non significa disprezzare la terra o sottrarsi alle sue responsabilità; significa non assolutizzare ciò che è provvisorio.
I santi sono già là, nella Gerusalemme del cielo; noi siamo ancora in cammino. Ma proprio per questo la loro festa è anche la festa della nostra speranza.
don Gianni Carozza, sacerdote e biblista
XXXII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Arriva la notte, ed è notte anche per noi e ci è concesso il sonno, il riposo che avvolge il corpo e gli occhi, che si stende su noi e ci accarezza con il suo ristoro. Arriva la notte sulle nostre attese, sui nostri sogni, sui nostri desideri: possiamo distenderci, possiamo riprendere le forze. Interminabile notte, quando Dio sembra tardare. La differenza la fa quel poco di olio preso di riserva, per prudenza, “perché non si sa mai …”, che rende le cinque più scaltre delle altre. Un poco d’olio da tenere tutto per sé, nella solitudine dell’attesa. Ci sono cose che non si possono scambiare e che nessuno può vivere al nostro posto, come quel poco di luce da custodire o da sperare e che servirà a nutrire il nostro attendere. Potrebbe essere un saggio sull’attesa questo brano di Vangelo: «Vegliate, perché non sapete né il giorno, né l’ora», di quel modo tutto particolare, cioè, di rendere presenza l’assenza, di restare sulla soglia ad aspettare, a guardare come sentinelle. «Non sapendo quando l’alba verrà, apro tutte le porte», scrive Emily Dickinson, che è come dire: sveglio i sensi, tendo tutto il mio corpo verso ciò che sta per arrivare, verso ciò che mi manca. Che poi è come posare lo sguardo sul niente: quante volte li abbiamo vissuti quegli attimi sospesi, quella frenesia di una telefonata che non arriva, di un messaggio che tarda, di un andare incessante verso la finestra a scostare le tendine. Una sospensione, questa è l’attesa, un tempo notturno in cui tutto deve ancora accadere, un tempo di lontananza e di spasimo. «Chi non conosce l’attesa non sa nulla dell’amore», scrive Rilke. Tempo materno allora, in cui si custodisce quel che ancora non c’è: l’amore ci riesce a renderlo vivo e presente, l’amore sa come si fa.
Lo vedete quel Padre che stava sul balcone ad aspettare quel figlio scavezzacollo che aveva messo chilometri di distanza, di lontananza tra lui e la sua casa? Lo vedete salire sul terrazzo a scrutare quella distanza, quella lontananza ogni giorno, ogni notte, a ripetersi: «Sta a vedere che proprio oggi… non si sa mai»? Con la stessa speranza, con lo stesso sguardo di pazienza e trepidazione verso ciò che può sembrarci solo un’ombra dovremmo saper attendere questo Dio che tarda a venire. «Quando era ancora lontano il Padre lo vide e gli corse incontro». Ecco, così: da lontano.
don Luigi Verdi







