Commento al Vangelo della Domenica

Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste

Solennità della Assunzione della B.V, Maria – 15.8.2026

L’Assunzione, Pasqua di un corpo trasfigurato

La festa dell’Assunzione custodisce un annuncio sorprendente: Maria di Nazaret entra nella gloria di Dio con tutta la sua persona, con la sua anima e con il suo corpo. Non viene salvata una parte di lei, quasi che il corpo fosse soltanto qualcosa da lasciare alle spalle. È tutta la sua storia a essere accolta e trasfigurata: quel corpo che ha conosciuto la gioia della maternità, la fatica del cammino, la fuga nella notte, il dolore sotto la croce.

La prima lettura ci offre un’immagine potente: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo» (Apocalisse 12,1). È una donna avvolta dalla luce. Non possiede una luce propria, ma risplende perché è abitata da Dio. In questa figura la tradizione cristiana ha riconosciuto anche il volto di Maria: la creatura che più di ogni altra ha lasciato spazio alla presenza divina. Il segreto della sua vita è proprio questo: Maria è una donna che sa ricevere. Quando l’angelo la saluta con le parole «piena di grazia», le annuncia che la sua bellezza nasce da un dono accolto. La grazia è insieme gratuità e bellezza: Maria è grande non perché si è costruita da sola, ma perché ha permesso a Dio di compiere in lei la sua opera. Per questo nel Magnificat può cantare: «Ha guardato l’umiltà della sua serva». L’umiltà di Maria non è sentirsi poco, ma riconoscere che tutto viene da Dio.

Anche la nostra vita è segnata da doni ricevuti. Spesso Dio ci raggiunge attraverso persone, incontri, parole che aprono strade nuove. La domanda allora diventa: attraverso chi il Signore ha visitato la mia storia? Ma il dono accolto diventa subito dono condiviso. Maria, dopo l’annuncio dell’angelo, non rimane chiusa nel mistero che porta dentro di sé: «Si alzò e andò in fretta» verso Elisabetta. È una delle scene più belle del Vangelo: due donne si incontrano e i due bambini che portano nel grembo già si riconoscono. Giovanni sussulta di gioia davanti alla presenza di Gesù.

Maria è così la prima annunciatrice del Vangelo: non porta soltanto una parola, porta una presenza. La sua vita diventa una continua consegna, fino al momento della croce, quando offre al mondo il Figlio ricevuto. L’Assunzione è il compimento di questa storia d’amore. Maria, che ha condiviso il cammino del Figlio, viene associata alla sua vittoria sulla morte. Quel corpo che aveva accolto Gesù viene accolto nella gloria di Dio.

La Preghiera di colletta della festa ci aiuta a comprendere il significato di questo mistero: «Fa’ che viviamo in questo mondo costantemente rivolti ai beni eterni, per condividere la sua stessa gloria». La parola importante è “rivolti”. Non significa fuggire dalla terra, ma vivere nella storia con uno sguardo aperto alla meta. La vita è un cammino: non possiamo fermarci sulle realtà provvisorie come se fossero definitive. Sono un ponte verso una pienezza più grande.

In un tempo molto attento al corpo, Maria ci ricorda una verità preziosa: il corpo non è soltanto immagine o apparenza, ma il luogo concreto dell’amore. Con il nostro corpo accogliamo, abbracciamo, curiamo, doniamo. Maria ci mostra la bellezza di un corpo capace di portare gioia. Forse anche noi prepariamo il nostro corpo alla trasfigurazione quando impariamo a renderlo strumento di bene: attraverso un sorriso, una carezza, una presenza capace di sostenere chi ci è accanto. Maria ci ricorda che nulla di ciò che è vissuto nell’amore va perduto. Dio raccoglie la nostra storia e la conduce verso la luce.

don Gianni Carozza, sacerdote e biblista

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XX^ DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) – 16.8.2026

Una donna pagana e una lezione a tutti

Alcuni passi evangelici sollevano difficoltà interpretative al lettore. Abituati a una rappresentazione di Gesù come risposta pronta al grido dei sofferenti, l’episodio della donna cananea (Matteo 15,21-28) appare problematico: il comportamento di Gesù – il silenzio iniziale, la parola di rigetto, il rimando apparentemente duro – disorienta e interroga. Gesù esce dai confini di Israele e si dirige verso le regioni di Tiro e Sidone, in terra pagana. Persino la donna è una cananea e appartiene a un popolo ritenuto lontano dall’alleanza, simbolo dell’idolatria e dell’impurità. Eppure è proprio lei a riconoscere in Gesù il “Figlio di Davide”. Il suo è anzitutto il grido di una madre: non chiede nulla per sé, ma implora la guarigione della figlia.

La reazione di Gesù lascia spiazzati. Non le rivolge neppure una parola. Il silenzio pesa, e ancora più sorprendente è l’atteggiamento dei discepoli: la loro richiesta può essere intesa anche come un secco «mandala via». È allora che Gesù pronuncia una frase destinata a scandalizzare: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Presa isolatamente, sembrerebbe una chiusura definitiva. In realtà esprime una verità storica: durante la sua vita terrena Gesù svolge la propria missione anzitutto all’interno di Israele; solo dopo la Pasqua il mandato missionario raggiungerà tutte le genti.

Matteo, però, vuole dire qualcosa di più profondo. Gesù mette in scena la mentalità del suo tempo, facendo emergere quella visione ristretta che divide l’umanità tra “noi” e “gli altri”, tra chi si ritiene vicino a Dio e chi è considerato escluso. La donna, da parte sua, non si lascia scoraggiare. Non interpreta il silenzio come un rifiuto definitivo. Continua a seguire Gesù, gli si prostra davanti e pronuncia una preghiera brevissima: «Signore, aiutami!». È una delle invocazioni più essenziali del Vangelo, nella quale si concentra tutta la fede di chi non ha altro appiglio se non il Signore.

Gesù rincara la dose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Il termine “cagnolini” si riferisce al modo in cui molti giudei indicavano i pagani. Gesù porta alla luce un pregiudizio diffuso, spingendolo fino alle sue estreme conseguenze perché possa essere smascherato. Ed è proprio qui che la donna sorprende tutti. Non si offende. Con un’umiltà disarmante accoglie l’immagine proposta da Gesù e la trasforma in una professione di fede: «È vero, Signore; eppure anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua è una risposta straordinaria. Non chiede il pane dei figli; le basta una briciola. Ma proprio questa immagine rivela un’intuizione decisiva: la misericordia di Dio è così abbondante da non impoverire nessuno.

A questo punto Gesù depone la maschera pedagogica. Non è più il Maestro che provoca, ma il Signore che si lascia commuovere dalla fede autentica: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E la figlia viene guarita nello stesso istante.

Il centro del racconto non è tanto il miracolo, quanto il riconoscimento di una fede Mentre molti appartenenti al popolo eletto faticano a comprendere Gesù, una donna pagana diventa modello di fiducia, perseveranza e umiltà. Matteo anticipa così l’apertura universale del Vangelo: il Regno di Dio non conosce confini etnici, religiosi o culturali. La vera appartenenza nasce dalla fede.

don Gianni Carozza, sacerdote e biblista