Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste
XXV^ Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) – 20 settembre 2026
- Dio non sa fare i conti
- La parabola degli operai della vigna, al capitolo 20 del Vangelo secondo Matteo, riassume in modo efficace la varietà dei modi e tempi della sequela. Un padrone esce più volte sulla piazza per chiamare operai a lavorare nella sua vigna: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e infine alle cinque del pomeriggio, quando rimane soltanto un’ora prima del tramonto. È proprio questo continuo uscire del padrone a costituire uno degli elementi più significativi del racconto: Dio non si stanca di cercare l’uomo e continua a chiamarlo, qualunque sia l’ora della sua vita.
- La stranezza emerge al momento della paga. Il padrone comincia dagli ultimi e dà a ciascuno un denaro, cioè la paga di una giornata intera, fino ad arrivare ai primi, che si aspettavano di ricevere di più. Anche a loro viene dato un denaro, esattamente quanto era stato pattuito. La loro protesta nasce da una logica che ci è familiare: abbiamo lavorato di più, dunque meritiamo di più. Ed è proprio qui che la parabola ci provoca, mettendo in discussione la nostra idea di giustizia, di merito e perfino di Dio.
- Gesù non propone un codice di morale sociale, ma rivela il volto del Padre, la cui libertà non è mai arbitrio, perché in Dio libertà e amore coincidono: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Noi vorremmo che Dio seguisse i nostri criteri di proporzione e di ricompensa; Dio, invece, rimane libero e sorprendente, perché la sua libertà è sempre orientata al bene. Il problema non è la bontà di Dio verso gli ultimi, ma il nostro sguardo, che rischia di diventare “cattivo” proprio quando la sua bontà supera le nostre aspettative.
- La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, offre la chiave per comprendere questo capovolgimento: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». Dio non ragiona secondo i nostri criteri, perché la sua giustizia è inseparabile dalla misericordia. Il profeta ci invita perciò a cercare il Signore e ad abbandonare le nostre vie, lasciandoci raggiungere da una logica più grande della nostra.
- Per Matteo gli operai della prima ora richiamano Israele, il popolo che per secoli ha lavorato nella vigna del Signore, custodendo l’alleanza di Abramo. Ma il capovolgimento annunciato da Gesù la apre anche a chi arriva dopo: la salvezza non è un privilegio da difendere, ma un dono da condividere. Così la parabola diventa una parola rivolta alla Chiesa di ogni tempo: nessuno può considerarsi proprietario della grazia, né guardare con sospetto chi arriva dopo.
- Se guardiamo con sincerità alla nostra vita, scopriamo che, in fondo, ciascuno di noi è un operaio dell’ultima ora. Possiamo aver ricevuto la fede fin dall’infanzia o aver incontrato il Signore in età adulta, ma quale ricompensa potremmo pretendere? Il denaro della parabola non è semplicemente una paga: è il simbolo dell’unico dono che tutti desideriamo, l’incontro con il Signore, l’essere con lui, abitare nella sua casa «tutti i giorni della vita» (Salmo 27,4). Questa è la vera ricompensa, ed è la stessa per tutti.
- Le diverse ore della giornata diventano allora immagine delle diverse stagioni dell’esistenza: c’è chi viene chiamato al mattino, chi nella maturità, chi quando il giorno sembra ormai declinare. Essere chiamati nella vigna non è una punizione, ma una grazia, la possibilità di vivere con e per il Signore. La vigna è la nostra interiorità, la famiglia, il lavoro, le relazioni e il mondo che ci viene affidato perché possiamo renderlo sempre più umano, accogliendo, perdonando, comprendendo e prendendoci cura di chi è più fragile.
- don Gianni Carozza, sacerdote e biblista
Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste
XXVI^ Domenica del Tempo Ordinario (ANNO A) – 27 settembre 2026
- una parola che inquieta il nostro perbenismo
- Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna». È una richiesta semplice quella che un padre rivolge ai suoi due figli. Il primo risponde di no: «Non ne ho voglia». Poi, però, ci ripensa e va. Il secondo risponde invece: «Sì, signore», ma alla fine non ci va. Gesù racconta questa storia ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo e domanda: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La risposta è evidente: quello che, alla fine, è andato nella vigna.
- Ma proprio questa risposta mette in luce il problema. Si può dire «sì» a Dio e poi non fare ciò che quel sì comporta. Si possono pronunciare parole religiose, conoscere la Scrittura, avere una buona immagine di sé e, nello stesso tempo, non lasciarsi realmente coinvolgere dalla volontà del Signore. La fede, prima o poi, deve diventare vita.
- È questa anche la prospettiva della prima lettura, nella quale il profeta Ezechiele (18,25-28) richiama la possibilità di cambiare strada. Dio non guarda l’uomo come se fosse prigioniero per sempre del suo passato: considera il cammino che egli sceglie di compiere. Per questo una persona può allontanarsi dal bene e tornare, oppure vivere oggi nel bene e domani abbandonarlo. La sua storia rimane aperta. Ed è proprio qui che si comprende il primo figlio. Il suo «no» non è l’ultima parola. Ci ripensa, si pente e va. Gesù non esalta il suo rifiuto, ma il fatto che abbia saputo cambiare.
- Per questo arrivano le parole che dovevano suonare scandalose agli ascoltatori: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio». Non perché il loro peccato sia giustificato, ma perché alcuni di loro, ascoltando Giovanni Battista, hanno riconosciuto il proprio errore e hanno cambiato vita. Quelli che sembravano lontani si sono lasciati raggiungere dalla parola di Dio; quelli che si consideravano vicini, invece, hanno ascoltato senza lasciarsi mettere in discussione. La provocazione riguarda anche noi. Il rischio non è solo quello di fare il male, ma di abituarci a una fede fatta di parole e buone intenzioni che non diventano mai scelte concrete. Possiamo sapere molto bene che cosa dovremmo fare e continuare, tranquillamente, a non farlo. Ma la parabola contiene anche una grande speranza: un «no» può diventare un «sì». Possiamo aver sbagliato, aver perso tempo, esserci allontanati; possiamo però ancora cambiare direzione. Dio non ci identifica con ciò che siamo stati.
- E forse per questo dovremmo essere più prudenti anche nel giudicare gli altri. Ci sono persone che consideriamo lontane dalla fede e che, davanti alla sofferenza di qualcuno, sanno aiutare. A parole possono dire «no», ma con la loro vita compiono gesti che assomigliano molto a un «sì». Noi vediamo ciò che appare; Dio vede il cuore. La vigna, infatti, non è semplicemente un luogo di lavoro. Nel linguaggio biblico richiama una relazione d’amore, qualcosa che deve essere coltivato e custodito. Quando il Padre dice «va’ a lavorare nella vigna», ci invita a prenderci cura del rapporto con lui, a vivere da figli, a lasciare che la fede dia forma concreta alla nostra esistenza.
- E allora la domanda del Vangelo diventa molto semplice: che cosa sto facendo del mio «sì» a Dio? Dove deve diventare concreto?
- don Gianni Carozza, sacerdote e biblista







