Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste
Solennità dell’Epifania del Signore (Anno A) – 6 gennaio 2026
Dove cerchiamo la Luce?
L’Epifania non è il racconto di un viaggio suggestivo né una scena secondaria del presepe. È il momento in cui il Vangelo mostra con chiarezza dove Dio sceglie di farsi riconoscere e chi, sorprendentemente, riesce ad accorgersene. Matteo costruisce il suo racconto su un grande contrasto che attraversa tutto il testo. Da una parte c’è l’Oriente lontano, il cielo con le sue stelle, l’ampiezza del mondo e delle sue domande; dall’altra c’è Gerusalemme, centro religioso, luogo delle Scritture, città in cui tutto dovrebbe essere chiaro e riconoscibile. In mezzo, quasi a sorpresa, compare Betlemme, un villaggio marginale, privo di prestigio e di potere, che non promette nulla. Ed è proprio lì che tutto converge, perché Dio sceglie di manifestarsi non dove l’uomo concentra le sue sicurezze, ma là dove meno se lo aspetta.
I protagonisti del racconto sono stranieri. Non appartengono al popolo dell’alleanza, non sono esperti delle Scritture, non rientrano nelle categorie religiose consuete. Eppure sono loro a mettersi in cammino. Non possiedono risposte, ma una domanda che li inquieta e li spinge a partire. Vedono una stella e decidono di prenderla sul serio, lasciandosi orientare da essa. La stella non elimina la fatica del viaggio né rende il percorso più facile, ma offre una direzione, e questo basta per non restare fermi. A Gerusalemme, invece, il clima è opposto. Qui si conoscono le Scritture, si sanno citare i profeti, si è capaci di indicare con precisione il luogo in cui dovrebbe nascere il Messia. Ma questa conoscenza non diventa movimento. Tutto resta fermo.
Il racconto evangelico è sorprendentemente severo: si può sapere molto di Dio, frequentare i luoghi della religione, maneggiare parole sacre, e tuttavia non riconoscere il momento in cui Dio passa davvero. Quando i Magi arrivano a Betlemme, ciò che trovano potrebbe sembrare una smentita delle loro attese. Non c’è nulla di grandioso: solo un bambino, una madre, una casa qualunque. Ed è proprio lì che avviene l’Epifania. I Magi si fermano, si abbassano, adorano. Comprendono che Dio non si impone con la forza, ma chiede di essere riconosciuto nella fragilità; che la luce che cercavano non abbaglia, ma invita a uno sguardo capace di accogliere. Il gesto dell’adorazione rivela che la vera conoscenza non è possesso né controllo, ma relazione. Non basta vedere per comprendere: occorre lasciarsi coinvolgere, accettare di cambiare posizione, di scendere dal proprio punto di vista. I Magi non capiscono tutto, ma si fidano, e questa fiducia li trasforma. Lo si intuisce dal finale del racconto, quando tornano al loro paese per un’altra strada: non perché abbiano trovato un percorso più comodo, ma perché l’incontro con quel bambino ha cambiato il loro modo di camminare.
L’Epifania continua così a interrogarci anche oggi. Ci chiede dove cerchiamo la luce e se siamo davvero disposti a muoverci quando essa ci conduce fuori dai luoghi abituali. Ci ricorda che Dio spesso si lascia incontrare ai margini, che i lontani possono riconoscere prima dei vicini ciò che conta davvero, e che la fede non cresce accumulando certezze, ma accettando di lasciarsi orientare da una luce sufficiente per il passo successivo.
Forse è questo il dono più vero dell’Epifania: non una risposta che chiude le domande, ma una luce che le accompagna, rendendo possibile il cammino.
don Gianni Carozza, sacerdote e biblista
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II^ Domenica dopo Natale – 4 gennaio 2026
L’eterno in carne e ossa
Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.
«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.
Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.
Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.
Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.
Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.
L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.
don Gianni Carozza, sacerdote e biblista







