Commento al Vangelo della Domenica

Commento alle Letture della Messa della Domenica e Feste 

Solennità di Maria Santissima Madre di Dio – 1° Gennaio 2026

Il tempo, luogo di ciò che passa e dell’intervento di Dio

Nel primo giorno dell’anno la percezione del tempo che passa sembra prevalere persino sulla liturgia della Chiesa. È come se esistesse una “liturgia laica” del tempo: il bilancio dell’anno trascorso e l’attesa del futuro. Proprio qui il cristianesimo ha una parola da offrire, perché la fede non ignora questa esperienza: l’incarnazione dice che Dio ha voluto vivere il tempo umano dall’interno. Se Gesù fosse visibilmente tra noi, forse oggi parlerebbe del tempo con semplicità, a partire dall’esperienza quotidiana. Che cosa rappresenta il tempo per noi? Come lo percepiamo? Di solito viviamo divisi tra un passato che non torna e un futuro che non esiste ancora. Il presente sembra nostro, ma sfugge nell’istante in cui lo viviamo. Da qui nasce un sentimento di precarietà.

Il Qoèlet registra questa percezione con realismo: un tempo per piantare e uno per sradicare, per costruire e per demolire, per gioire e per piangere. Alla fine, tutto gli appare “vanità”, perché osserva il tempo così com’è, nella sua pura successione. È il tempo misurato dall’uomo, ciò che la tradizione chiamerebbe chronos: un flusso che consuma. La fede introduce qui un elemento nuovo. Il tempo, da solo, non salva; ma nell’Incarnazione l’eterno entra nel tempo. «Il Verbo si fece carne» (Giovanni 1,14) non è solo una formula: significa che il Figlio attraversa la condizione temporale. Come ricordavano i Padri, ciò che Cristo assume, redime. Se egli assume il tempo, lo apre all’eternità. È qui il passaggio decisivo: il tempo non è più solo chronos ma anche kairós: il tempo visitato da Dio, in cui la storia diventa storia di salvezza. Per questo l’Apocalisse presenta Cristo come Alfa e Omega: inizio e compimento del tempo. Il senso ultimo non è un destino anonimo, ma un volto. L’eternità non annulla il tempo, lo porta al suo compimento.

In questa luce il Salmo 31 acquista un peso particolare: «Il mio tempo sta nelle tue mani». Il “mio tempo” indica la totalità della mia esistenza nel tempo: passato, presente e futuro. Dirlo significa riconoscere che ciò che vivo non va perduto, perché è consegnato a Dio. Non nelle mani del caso, ma nelle mani del Padre – l’“Abbà” – e del Figlio che dice: «Nessuno vi strapperà dalla mia mano». Così l’anno che si conclude non è solo il consumo di giorni, ma un tratto di cammino che, pur nelle sue contraddizioni, può essere letto come tempo di grazia. Abbiamo fatto molto o poco? Abbiamo anche sbagliato? La logica della fede non coincide con la logica dell’efficienza: Dio non misura il successo, ma il dono; non guarda solo ai risultati, ma alla verità del cuore.

Allo stesso modo, l’anno che viene può essere affidato a Dio non con vaghe speranze, ma con un atteggiamento preciso. Il Vangelo indica Maria: di fronte agli eventi legati alla nascita del Figlio, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Luca 2,19). Non lascia che il tempo si disperda: lo custodisce nel cuore, che nella Bibbia è il luogo dell’ascolto. La memoria diventa discernimento e il discernimento disponibilità al futuro di Dio.

Ecco il punto: il tempo non è solo ciò che passa, ma dove Dio opera. La via per riconoscerlo è un certo silenzio interiore, per ascoltare la realtà e di leggere i giorni non solo come sequenza, ma come possibilità. Per questo, quando un anno finisce e un altro inizia, la preghiera più vera resta quella del salmo: «Il mio tempo sta nelle tue mani».

don Gianni Carozza, sacerdote e biblista


II Domenica dopo Natale – 4 gennaio 2026

L’eterno in carne e ossa

Nella seconda domenica dopo Natale la liturgia ci propone testi di grande spessore teologico, quasi a invitarci a compiere un passo ulteriore: dopo la semplicità e l’immediatezza del linguaggio natalizio, siamo chiamati ad approfondire il mistero che ci è stato rivelato. Non si tratta di abbandonare lo stupore, ma di abitarlo in modo più maturo. Giovanni, nel Prologo, non racconta ciò che è accaduto a Betlemme, ma ci dice cosa è entrato nel mondo e quale realtà si è resa finalmente visibile nella storia. Il suo sguardo non si ferma all’evento. Ne svela il significato ultimo.

«In principio era il Logos». L’evangelista apre il Vangelo con quel tono solenne che richiama deliberatamente le prime parole della Genesi. Non si tratta di un inizio cronologico, ma del fondamento stesso dell’essere. Alla radice della realtà non c’è il silenzio né il caos, ma una Parola viva; non un Dio isolato, ma un Dio che è comunicazione, relazione, comunione. Il Logos è rivolto a Dio ed è Dio: ciò che si manifesta nel tempo non è qualcosa di estraneo a Dio, ma l’espressione di ciò che Dio è da sempre. Il Natale appare così come la rivelazione storica di una verità eterna.

Questa Parola, prosegue Giovanni, è anche luce. La luce splende nelle tenebre: non le ignora, non le cancella, non le nega, ma le attraversa senza lasciarsene soffocare. È una luce che non abbaglia e non costringe, ma che rimane fedele a sé stessa anche quando incontra resistenza. In questa affermazione, insieme discreta e potente, l’evangelista affida alla fede una certezza essenziale: la luce di Dio non viene meno.

Il cuore luminoso del Prologo è l’affermazione decisiva: «Il Logos si fece carne». Qui si concentra tutta la novità cristiana. La Parola eterna non rimane al di sopra della storia, ma entra nel tempo; non si limita a illuminare dall’esterno, ma assume la condizione umana nella sua concretezza. La “carne” non indica semplicemente l’umanità di Gesù, ma la sua esposizione al limite, alla fragilità, alla finitezza. È proprio la carne, così com’è, il luogo che Dio sceglie per rendersi presente.

Per descrivere questa presenza, Giovanni ricorre a un’immagine di grande bellezza biblica: la Parola «pose la sua tenda» in mezzo a noi. Il riferimento è alla tenda dell’incontro nel deserto, segno della vicinanza di Dio al suo popolo durante il cammino. Ora, però, quella tenda non è più uno spazio sacro separato, ma una vita umana. Dio non abita più in un luogo delimitato: abita la storia, condivide il tempo degli uomini. La rivelazione assume così una forma sorprendentemente sobria: non l’imponenza di un tempio, ma la discrezione di una dimora fragile.

Il Prologo non nasconde il paradosso che accompagna questa scelta. La Parola viene nel mondo che ha creato e tuttavia non è riconosciuta. La rivelazione non produce consenso automatico. Eppure Giovanni non si arresta davanti al rifiuto: accanto ad esso custodisce una promessa decisiva. A chi accoglie la Parola è dato il potere di diventare figlio di Dio: una vita nuova che nasce non da legami naturali o da iniziative umane, ma da un dono che viene da Dio.

L’inno si conclude con un’affermazione che riassume e illumina l’intero percorso: Dio nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito lo ha rivelato. Dio resta invisibile, ma non inaccessibile. Si lascia conoscere attraverso una vita vissuta nella comunione con il Padre. In Gesù, grazia e verità – dono e rivelazione – coincidono pienamente.

don Gianni Carozza, sacerdote e biblista